44 Food&Beverage | gennaio-febbraio 2020 OPINIONI L’Italia olivicola in qualche modo risorge. Dopo la grande débâcle della passata stagione -l’annata olearia 2018/2019- si tira un sospiro di sollievo. D’altra parte, non poteva certo esserci un’altra olivagione estremamente negativa come quella passata: si era avuta una produzione di poco superiore a 175 mila tonnellate d’olio, un record negativo storico assoluto, mai registrato. Questa volta, però, l’incremento non rende felici tutti. L’areale del Garda piange amaramente un calo produttivo notevole, nemmeno in Liguria e in altre aree del Nord vi sono state molte olive. Il consumatore finale si ritrova l’olio in bottiglia, ma dietro vi sono le difficoltà di chi deve gestire una coltura che non sempre premia, sia per gli effetti della stagionalità, ora premiante, ora deludente, sia per le conseguenze del cambiamento climatico che iniziano a farsi sentire. Il dato esatto lo avremo più avanti, ma il raccolto dovrebbe aggirarsi intorno alle 300 mila tonnellate d’olio, o qualcosa in più. L’Italia, per via della sua configurazione geografica, abbracciando tanti differenti microclimi, non registra mai un dato unitario e costante. Il quadro complessivo sarà sempre a macchia di leopardo, e c’è chi gioisce e chi no. C’è un fenomeno che mette agitazione: la cascola verde delle olive, ovvero la perdita del frutto prima che si proceda alla raccolta. Inoltre, anche se la Puglia ha registrato una ripresa rispetto alla precedente olivagione, resta drammatico il fenomeno Xylella, che fa registrare al sud della Puglia un drastico e progressivo calo produttivo, nell’indifferenza generale. Sono ormai sei anni e più di negligenze, da parte delle istituzioni, e altrettanti di forte e testarda opposizione agli eradicamenti degli olivi da parte di alcuni gruppi di pseudo ambientalisti, che stanno determinando un cambio sostanziale di paesaggio. Vi è un cimitero di olivi che pesano sulle coscienze di molti per l’inettitudine dimostrata dal Paese. Il Salento sta ormai pagando a caro prezzo il non essere stati in grado di frenare l’avanzata del batterio. In un Paese normale, si sarebbero già impiantati nuovi alberi di olivo resistenti al batterio, ma la Soprintendenza alla archeologia, alle belle arti e al paesaggio delle province di Lecce, Brindisi e Taranto si sta opponendo. Classica storia all’italiana. In ogni caso, al di là di questa tragedia del sud della Puglia, sul territorio nazionale l’olio italiano resta garantito. C’è tuttavia sofferenza sui prezzi, poco remunerativi per i produttori olivicoli. In conclusione, la nuova annata olearia poteva essere più generosa, se solo le aziende di alcuni territori del nord della Puglia, colpite due anni fa da una terribile gelata, avessero reagito meglio, ricorrendo a stimolatori e a cure più efficaci, in modo da favorire una ripresa più rapida delle piante colpite dal gelo. Ciò che è certo, è che l’Italia olivicola necessita di un cambiamento di rotta. Siamo in forte deficit produttivo. Anche i consumatori e i fruitori professionali del prodotto dovrebbero cambiare abitudini e premiare la qualità degli oli rendendosi disponibili ad acquistare a prezzi più elevati e giusti. Oggi si tende a considerare l’olio extravergine di oliva una commodity, e questo aspetto è devastante per il futuro dell’olivicoltura italiana. OLIVAGIONE L’olivicoltura riparte. A macchia di leopardo
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