N°135 Aprile Maggio

56 Food&Beverage | aprile-maggio 2021 “Ci facciamo una pasta?”. Probabilmente nell’ultimo anno questa frase è risuonata nelle case degli italiani milioni di volte. Pandemia e lockdown hanno ridato vita ai consumi casalinghi, alla passione per la cucina, e la pasta, ancora più di prima, è tornata a interpretare un ruolo da protagonista. Lo dicono i numeri. Secondo un’elaborazione di Unione Italiana Food su dati Iri, nell’ultimo anno i consumi domestici di pasta sono aumentati del 5,5% a volume e del 10% a valore. Nel 2020 sono entrate nelle dispense degli italiani oltre 50 milioni di confezioni di pasta in più. Una ricerca Doxa ha rivelato che un italiano su tre ha sperimentato nuove ricette e modi di prepararla. E a spaghetti e rigatoni abbiamo dedicato centinaia di conversazioni e foto sui social, con quasi 270 mila citazioni negli ultimi sei mesi su Facebook, Twitter e Instagram. Sono i numeri di un successo. Legioni di chef, anche improvvisati, si sono cimentati in cucina con un vantaggio. Come sottolinea Cristina Bowerman, la chef dai capelli viola che alla cucina è arrivata dopo un originale percorso che l’ha portata prima a laurearsi in Giurisprudenza in Italia, ad approfondire gli studi in Texas, quindi a laurearsi in Culinary arts per poi guadagnarsi una stella Michelin al suo Glass Hostaria di Roma, nel Dna degli italiani non c’è solo la pasta, ma anche “la sua cottura e i formati, cosa che all’estero non succede”. E anche gli abbinamenti. “La pasta secca ci appartiene -spiega- Non facciamo gli ziti con le cozze o le tagliatelle in brodo. Conosciamo gli abbinamenti con il sugo e come cucinare la pasta secca che rappresenta l a cucina i tal iana. Negli anni, però, abbiamo dimenticato qualche tipo di pasta come quella riscaldata, una pasta scotta a tutti gli effetti, ma con caratteristiche talmente buone che mio padre la preparava a mezzogiorno per mangiarla la sera, e utilizziamo tipologie di cottura che sono sempre le stesse. La pasta può anche essere risottata, cotta in infuso, al forno, scotta, fritta o bruciata. E per quanto riguarda i ristoranti -aggiunge- la presenza di una pasta secca è per me un elemento di valutazione del locale. Un ristorante deve averla in menu perché in base a questo si valuta la capacità di gestire la linea, i tempi e la bontà del piatto che arriva in tavola. È un esercizio di bravura dello chef e della sua brigata. Perché se va a monte la pasta secca bisogna ricominciare tutto di nuovo, poiché manda a pallino il servizio. Se si sbaglia la cottura della pasta secca al ristorante diventa un problema, mentre la pasta fresca in due minuti si può rifarla”. Gli italiani allora sanno tutto della pasta? No, quando tante persone affrontano i problemi della cucina, qualche lacuna emerge in fretta. “Ad esempio -sottolinea Riccardo Felicetti, Amministratore delegato dell’omonimo pastificio di montagna, a Predazzo (Tn), e presidente dei pastai italiani- il concetto di ‘al dente’ rimane vago e non unisce nessuno. Ognuno ha il proprio. La cottura che va bene a Roma non va bene a Napoli. E poi ci sono i nostri gusti personali”. E visto che esiste anche un 20% di italiani che non se la cava con pentole e tegami, i pastai italiani di Unionfood hanno pensato fosse venuto il momento di lanciare #PastaDiscovery, un ciclo di appuntamenti virtuali dedicato all’Abc della pasta. “Dopo WeLovePasta nata nel 2015 per promuovere la cultura della pasta e ribadire il suo ruolo di simbolo del made in I taly -spiega Felicetti- abbiamo deciso di lanciare una iniziativa che dà a noi pastai la possibilità #PastaDiscovery, la pasta spiegata dai pastai EVENTI Riccardo Felicetti, presidente dei pastai, ne racconta il processo produttivo, mentre la chef Cristina Bowerman svela i metodi di cottura alternativi. E -dice- è proprio sulla cottura della pasta secca che si valuta un ristorante Barbara Amati Se ha intaccato i consumi di pasta nel canale horeca la pandemia ne ha però aumentato i consumi casalinghi. L’Unione Italiana Food ha stimato che nelle case degli italiani i consumi di pasta siano aumentati del 5,5% a volume e del 10% a valore. Il 2020 ha visto entrare nelle dispense oltre cinquanta milioni di confezioni in più

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