N°135 Aprile Maggio

74 Food&Beverage | aprile-maggio 2021 Fino alla metà degli anni ’80 a Modena la produzione e i consumi di aceto balsamico erano un affare per pochi. Non si erano ancora intuite le potenzialità di un prodotto che ha dovuto passare per il riconoscimento, la regolamentazione, la licenza ministeriale e un’attività sui mercati esteri per raggiungere il successo Di imprenditori con un bagaglio di esperienze simile se ne contano sempremeno, tantoper motivi anagrafici, quanto per indole. Nell’era della globalizzazione si fa quasi fatica a immaginare qualcuno in grado di attraversare l’oceano e sbarcare negli Stati Uniti senza conoscere una parola d’inglese, pur di portare in America l’oro nero delle sue terre. Ma il petrolio stavolta non c’entra: macché greggio, il vero “oro nero” di Modena è l’Aceto Balsamico, e Adriano Grosoli -considerato il decano dei produttori e l’ultimo rimasto dei quattro capitani d’impresa che fondarono il mito del Balsamico- a 92 anni può tirare le somme di una vita all’insegna dell’imprenditoria d’altri tempi. Quando l’Aceto Balsamico di Modena era solo un “affare di famiglia”, infatti, lui e altri tre imprenditori -Giorgio Fini, Elio Federzoni e Giuseppe Giusti- riuscirono a trasformare l’oro nero della food valley emiliana in un’eccellenza del made in Italy. Adriano Grosoli, titolare dell’Aceto Balsamico del Duca, è l’ultimo in vita di quel quartetto di imprenditori che negli anni Sessanta guidò il passaggio dell’aceto balsamico dai solai domestici, dove rimaneva per anni a maturare, al mondo dell’industria, portandone il nome sui mercati esteri attraverso fiere in Europa e negli Stati Uniti, con un’intraprendenza e uno spirito pionieristico oggi rari. “Non era solo una questione di conoscenza della lingua -racconta Grosoli- ma anche di comprendere la mentalità del consumatore del Paese in cui esportavi e le richieste di legge, con la difficoltà di trasmettere documenti e descrizione dei prodotti. Quando poi però alle fiere mettevi sull’incavo della mano dei curiosi una goccia di Balsamico e chiedevi loro di assaggiare, la reazione era sempre di grande stupore”. Al di là delle produzioni familiari destinate a un consumo casalingo, del resto, fino alla metà degli anni Ottanta l’intera produzione del Balsamico era infatti appannaggio di pochissimi. Dalla cittadina di Spilamberto, alle porte di Modena, il titolare dell’Aceto del Duca ha da poco passato il timone dell’azienda di famiglia alla figlia Mariangela, che dal 2017 è anche presidente del Consorzio di tutela Aceto Balsamico di Modena Igp. Quella di Adriano Grosoli è una storia che sembra uscita da un romanzo: classe ’29, venne chiamato a causa della guerra a occuparsi dell’attività di famiglia, iniziata nel 1891 dal nonno Adriano e insignita della Medaglia d’oro all’Expo di Genova nel 1927, che comprendeva principalmente la lavorazione del maiale, la gestione della trattoria a San Donnino (Modena) e della bottega di prodotti tipici modenesi, in primis il Balsamico. È su questo prodotto -fino a quel momento legato a una dimensione esclusivamente familiare- che decide di puntare, in concomitanza con l’apertura dei primi supermercati nazionali. Nel 1965, inoccasione del riassettonormativodel settore aceti, è tra i promotori della richiesta di riconoscimento e regolamentazione del prodotto: avvia le procedure per ottenere la licenza ministeriale per la produzione di Aceto Balsamico di Modena, che otterrà nel 1974, poi nel 1993 è tra i fondatori del Consorzio. E mentre promuove l’oro nero con freFederica Belvedere Adriano Grosoli, il pioniere dell’Aceto Balsamico Quando l’Aceto Balsamico di Modena era solo un “affare di famiglia”, Adriano Grosoli, oggi novantenne, insieme ad altri tre imprenditori, riuscì a trasformare l’oro nero della food valley emiliana in un’eccellenza del made in Italy IMPRENDITORI

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