75 Food&Beverage | aprile-maggio 2021 Adriano Grosoli, 92 anni, è rimasto l’ultimo imprenditore che, insieme a Giorgio Fini, Elio Federzoni e Giuseppe Giusti, è stato protagonista della fortunata storia di successo dell’oro nero di Modena, fatto conoscere grazie ai frequenti viaggi all’estero dove chi assaggiava il prodotto ne veniva subito conquistato. L’azienda Aceto del Duca è oggi guidata dalla figlia Mariangela che è anche presidente del Consorzio di tutela Aceto Balsamico di Modena Igp fondato dal padre quenti trasferte Oltreoceano, esporta il suo amore per la città e la sua storia -finanziando il restauro del dipinto di Velazquez che raffigura Francesco I d’Este- la passione anche per le altre specialità modenesi e lo stile di vita emiliano. “Essere imprenditore in quegli anni era per molti versi entusiasmante, perché i più non avevano capito ancora le potenzialità di questo prodotto -ricorda Adriano Grosoli- Il Balsamico era conosciuto solo nell’area intorno a Modena e in qualche mercato estero dove qualche coraggioso produttore si era spinto, per caso o con cognizione, in fiere alimentari. Il resto dell’Italia conosceva e utilizzava solo l’aceto di vino. Perciò c’era molto da fare per farlo conoscere. Tra noi quattro produttori (Fini, Federzoni e Giusti) i rapporti erano di ‘diffidente cooperazione’, nel senso che avevamo capito di avere tra le mani un prodotto prezioso, da tutelare e da far conoscere al grande pubblico dei consumatori mondiali. D’altro lato eravamo anche un po’ sospettosi verso i concorrenti, come era buona norma. Eravamo sia una squadra che concorrenti; una squadra nei confronti del grande mondo esterno, concorrenti nel piccolo mondo di Modena”. Ma per quanto Adriano Grosoli e gli altri pionieri del Balsamico si sforzassero, era necessario fare i conti con il passare del tempo e i cambiamenti della clientela: “Agli inizi c’era la necessità di spiegare cos’era l’Aceto balsamico di Modena: la prima domanda alle fiere all’estero era ‘Is this wine?’, e noi rispondevamo raccontando la storia di come lo si produce da secoli nell’area di Modena, la tecnica produttiva, la storia della famiglia che affascinava sempre. Poi ci chiedevano come lo usavamo in Italia, in quali piatti veniva utilizzato, e fu così che pian piano entrava nelle loro cucine come ambasciatore del made in Italy. Oggi -conclude Grosoli- l’approccio è di chi sa già cosa sia il Balsamico, come si utilizza e quale è la sua storia, complice la massa di informazioni che provengono anche dal web. Ma credo che in realtà ci sia ancora molto da imparare sulle diverse qualità del Balsamico e sul suo utilizzo”.
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