78 Food&Beverage | giugno-luglio 2021 Non è una festa qualsiasi, bensì “la Festa” per eccellenza dei veneziani: e quest’anno torna a splendere, caricandosi di qualche significato in più. Perché il Redentor, sospeso nel 2020 causa Covid, riprende il suo posto in calendario la terza domenica di luglio, come da quasi cinque secoli. Con il suo festoso apparato di tradizioni. “La Festa del Redentore nasce nel 1577 per celebrare la fine della epidemia di peste che imperversò in città (e non solo) nel 1575, decimando la popolazione, con oltre 50 mila morti, quasi un abitante su tre -racconta Alessandro Marzo Magno, giornalista e veneziano Doc- Al culmine dei contagi fu fatto voto che, se fosse cessata la pestilenza, il Senato avrebbe costruito una chiesa dedicata al SS. Redentore: e, infatti, il 3 maggio 1577, sull’isola della Giudecca fu posta la prima pietra da Andrea Palladio, vera archistar dell’epoca”. E prima della fine della costruzione il doge Sebastiano Venier fece gettare un ponte di barche tra le Zattere e la Giudecca per raggiungere il tempio con una processione solenne. A distanza di secoli il ponte votivo (330metri) viene costruito ancora, il perpetuarsi del ringraziamento continua e l’intera città (benché i veri residenti siano ormai 51 mila), fin dal sabato si organizza in una veglia corale, facendo il fresco sul Canal Grande, addobbando le barche con rami e balòni illuminati, in attesa dei grandiosi fuochi d’artificio della mezzanotte. “Addirittura, alla Giudecca, già dal giorno prima gli abitanti scendono sulle rive per tracciare con il nastro adesivo il posto del proprio tavolo -spiega ancora Magno- Perché la Festa ha un suo menu ben preciso, che si tramanda in gran parte ancora oggi”. Ma quali sono i piatti del Redentore? Tra i classici, le sarde in saor, la pasta e fasoi, meglio se con i ditalini, e la celebre (ma un po’ in disuso) anara col pien, anatra ripiena con salame, carne di maiale, parmigiano. Unmenu secolare e immutabile? No, a reinterpretare la tradizione ci pensano gli chef dei grandi alberghi della Serenissima: che sulle terrazze vista Canale propongono personalissime carte del Redentore in attesa dei foghi. Ne sa qualcosa Alberto Fol, da tre anni executive chef del Danieli: che tra unamurrina di pasta fresca (decorata come il vetro) con fiori di zucca, basilico e ricotta, e filetti di sogliola con sugo alle telline, e una versione personale della Pasta e fasoi, propone un’originale anatra scomposta: dove, al petto cotto a bassa temperatura e cosce scaloppate in tecia, abbina una salsa pevarada (e cioè con molto pepe) di interiora, fegatini di pollo, soppressa veneta e vino bianco. E -come sostiene lo chef- “per omaggiare una tradizione dell’hotellerie di lusso” anche una pesca melba d’antan, e cioè una pesca bianca sciroppata con gelato di vaniglia e lamponi e spuma di mandorle. Più variegato, e mediterraneo, il menu di Luca Nania, 37enne estro (e astro) siciliano appena approdato ai fornelli dell’Hilton Venice Molino Stucky, Gli chef di Venezia reinventano il Redentore RICORRENZE La Festa per eccellenza della città lagunare ha un punto di forza nei tipici pranzi all’aperto e nei menu dei grandi alberghi che partono dalla tradizione per arrivare a proposte più originali Rossella Cerulli La festa di quest’anno ha un forte legame con quella del passato. Era infatti il 1577 quando si decise di celebrare la fine dell’epidemia di peste che aveva decimato la popolazione della città. Il 3 maggio 1577 alla Giudecca fu posta la prima pietra della Chiesa del Redentore e da allora i veneziani possono raggiungerla in processione grazie a un ponte di barche costruito ogni anno per l’occasione
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