96 Food&Beverage |febbraio-marzo 2022 Siamo in un tempo in cui consola sciorinare i primati nazionali. Una tendenza recentemente acutizzatasi per rafforzare la fiducia nel nostro Paese nel difficile periodo pandemico e per tirare le somme in positivo dell’anno appena trascorso. E anche nell’agroalimentare i primati sono tanti: quello dell’industria conserviera del pomodoro ci pone al primo posto per la produzione esportata al 60%. Eppure questo rosso pomodoro, orgoglio nazionale e simbolo della dieta mediterranea, condimento di pizza e spaghetti, da qualche anno viene oscurato da un’ombra grigia, da un sospetto che ne mina l’italianità. Pelati, salse, cubetti, pezzettoni, pomodorini e concentrati italiani contengono anche quei semilavorati cinesi che arrivano copiosi nei porti? La risposta per quanto riguarda i prodotti sugli scaffali dei nostri negozi è, o dovrebbe essere, negativa, visto che una legge che prescrive che le conserve di pomodoro vendute nel nostro Paese debbano essere ottenute da materia prima al 100% nazionale. Con una superficie coltivabile relativamente esigua, che viene continuamente erosa da altre attività, è ovvio che non tutto il pomodoro lavorato in Italia possa provenire dalla nostra agricoltura, visto che nel 2020 eravamo al terzo posto con quasi il 13% della produzione mondiale e il 53% di quella europea. E dunque importiamo il 25% del totale lavorato (da Cina 10%; Paesi Ue 8%; Usa 7%) per la maggior parte in regime di “importazione temporanea” che permette, dopo lavorazione e confezionamento, di esportare verso Paesi Terzi -principalmente in Africa e Medio Oriente- senza pagare i dazi doganali. Va sottolineato che sui concentrati di pomodoro provenienti dalla Cina non sono mai state rilevate contaminazioni da parte di muffe o sostanze tossiche. E quindi anche se fossero utilizzati fraudolentemente nelle conserve vendute in Italia non ci sarebbero problemi sanitari. Diversa la questione della conformità alla legge: come scovare l’eventuale presenza “pirata” di semilavorati di pomodoro stranieri? Oggi è possibile -anzi per la verità lo è da un po’ di anni, ma è stato ignorato dall’industria conserviera- rintracciare l’origine della materia prima grazie a una ricerca della Stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari (Ssica) con sede a Parma e ad Angri (Salerno). A partire dal 2012 nel Dipartimento Conserve Vegetali del Ssica, sotto la guida del tecnologo Antonio Trifirò, è stato sviluppato un test che in base alla concentrazione di elementi come rame, litio, cobalto, rubidio e stronzio, e alla comparazione con valori di riferimento ricavati da un’ampia e nota campionatura, permette di risalire alla provenienza del pomodoro. Una opportunità “sdoganata” nel 2021 da alcune indagini dei Carabinieri. La legge dice che il pomodoro deve essere al 100% nazionale. Ma non tutto quello lavorato proviene dal territorio italiano. E dal Ssica propongono un procedimento per accertarne l’origine Clementina Palese VERITÀNASCOSTE Un test per capire l’origine del pomodoro
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