N°157 DICEMBRE

74 Food&Beverage | dicembre 2024 Rossella Cerulli Era la mela di Natale: perché maturando tra ottobre e novembre, complice la sua serbevolezza, approdava felicemente tra noci e fichi secchi sulle tavole delle feste. Conservandosi a lungo su balconi e soffitte. Lei, la limoncella, era infatti secondo gli agronomi di primo ’900 “una preziosissima mela invernale, da grande commercio nelle province meridionali” (Domenico Tamaro, 1915), diffusa tra Molise, Puglia e Campania già in epoca sannitica prima dell’arrivo dei Romani. Segni particolari: piccola pezzatura (in media 85 grammi), polpa croccante, bianca e profumata, sapore leggermente acidulo e buccia giallo-verdastra (da cui il nome che evoca il limone). E, last but least, grande rusticità, non esigendo la pianta particolari cure colturali (un albero può arrivare ai 50 anni di età) e tolleranza alle avversità climatiche. Non a caso questo pomo antico, nelle sue varietà Rossa, Sergente e Gelata, trova da sempre il suo habitat ideale sui Monti Dauni, nella Puglia settentrionale, a un massimo di 800 metri di altezza: dove, benché unica cultivar autoctona della regione, surclassata dalla concorrenza di altre varietà di mele, più produttive e note ai consumatori, è finito nel malinconico albo dei frutti dimenticati. Rischiando di sparire anche da quello. Ma cambiamenti climatici ed esigenze agrononomiche impongono oggi colture più sostenibili e al tempo stesso più performanti. Ecco, quindi, la limoncella dauna, cacciata dalla porta di orti e giardini, rientrare neanche tanto sommessamente dalla finestra, grazie a un programma di valorizzazione ad hoc. E cioè il progetto Valmela, promosso dal Gal Meridaunia in collaborazione con il dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Foggia e Aretè, finanziato dal Psr 2014-2022 della Regione Puglia. Lo scopo? “Ridiffondere sul territorio una varietà che andava scomparendo, relegata in pochi appezzamenti per uso domestico, e studiarne gli aspetti agronomici e nutrizionali, insieme alle potenzialità commerciali -spiega Pasquale De Vita, presidente del Gal- Ma anche comunicare i risultati ai produttori, per incoraggiare, specie i giovani, a procedere a nuovi impianti e diversificare le attività agricole”. Grazie alle piantagioni-pilota effettuate a Panni (uno dei punti più alti del subappennino), nell’azienda di un pioniere dei meleti autoctoni, l’imprenditore Giovanni Calitri, alla prova dei fatti la piccola limoncella ha svelato un inaspettato pedigree salutistico. E cioè un rapporto glucosio-fruttosio di 1 a 7 (in genere nelle altre mele è di 1 a 3), dato questo che rende il frutto indicato per i soggetti diabetici, vantando il fruttosio un effetto glicemico molto ridotto. Seguito a ruota da un alto contenuto di vitamina C, essendo la limoncella in grado di sintetizzarne sino al 40% in più rispetto a una Golden Delicious coltivata nello stesso ambiente. Insieme a un alto contenuto di polifenoli totali (sempre superiori alla Delicious), dal potere antinfiammatorio e antissodante. Ma non basta. Scandagliata dai ricercatori sotto il profilo aromatico, grazie all’utilizzo di un naso elettronico, la limoncella ha rivelato un profumo molto più persistente rispetto ad altre varietà, aspetto questo che potrebbe renderla più gradita dai consumatori. Ottima poi la sua resa, una volta disidratata, per realizzare snack e spezzafame, vantando texture ideale e grande conservabilità a temperatura ambiente. E che dire dei sidri PRODOTTI La mela limoncella è di piccola pezzatura e ha una SROSD FURFFDQWH ELDQFD e profumata. Il sapore è leggermente acidulo e la EXFFLD ª JLDOOR YHUGDVWUD Da qui il nome che evoca il OLPRQH /D SLDQWD SX´ DUULYDUH anche ai cinquant’anni di età e non necessita di particolari FXUH PHQWUH GLPRVWUD XQD eccellente tolleranza alle avversità climatiche L’ex mela di Natale, che ha il suo habitat QHOOD 3XΑOLD settentrionale, è SURWDΑRQLVWD GL XQ SURΑUDPPD GL valorizzazione per riportarla sulle tavole. Anche perché YDQWD XQ SHGLΑUHH salutistico La limoncella dimenticata cerca il suo posto al sole

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